Postfazione di Cristiano Spadoni

Otto modi di dire “Ti voglio bene” senza usare le parole
Devi leggere anche i gesti. C’è chi ha avuto in dono duecentomila parole e gli opportuni punti, punti e virgola, punti esclamativi. E chi ha avuto la forza di sopportare fatiche e rimpianti.
A chi ti sta accanto, puoi comunicare l’affetto con un semplice sguardo, ascoltando gioie e
dolori di una vita o della giornata appena tramontata, gustando insieme la felicità della
compagnia, oppure descrivendo i flussi di emozioni che ti scorrono dentro, passando dal
cuore alla testa, allo stomaco arrovellato.
Ma le parole non sono per tutti. Allora ho provato a ricordare almeno otto modi con cui la
voce è stata sostituita da altro, per comunicare – sì, proprio nel senso di mettere in comune
con noi – la sua essenza di genitore buono e severo, attento e umile.
1. Costruire qualcosa di buono per la tua comunità, il tuo Paese. Sono gli spazi e i luoghi in
cui viviamo e manutenerli è un gesto d’amore per chi li vive. Ventiquattro ore (al
giorno) sono sufficienti.
2. Dare respiro alle aspirazioni. Intendo le visioni che i figli hanno del proprio essere nel
futuro, non dell’acquisire. Il futuro ha bisogno di essere nutrito nel presente, perché “la
ghianda di oggi può essere la quercia fra quarant’anni”.
3. Fare politica. Cioè amare la cosa pubblica.
4. Insegnare la fatica, quella della puzza di sudore e dei giramenti di testa sotto il sole,
quella dei pianti sulle righe di un tema da scrivere quando sei solo al primo capoverso,
quella dei palloni da raccogliere e delle reti da sistemare a fine gara.
5. Insegnare il servizio, con un’iniezione di umiltà dipinta di sorrisi e parole buone, senza
attendere nulla in cambio.
6. Cantare da stonati, leggere sbagliando, incespicare in un congiuntivo: insegnare che
l’imperfezione è dell’uomo.
7. Alzarsi di notte perché a centinaia di chilometri c’è chi ha perso tutto, è sotto le
macerie. E allora parti senza fare i conti, se non quelli del gasolio che alimenta il
viaggio. Perché? Perché sì.
8. Affrontare le domande, quelle imbarazzanti, anche prima che ti vengano fatte, perché
così quando nasceranno si potranno aggrappare alle idee che avevi già seminato.
Posso chiederti un favore? Se anche tu hai ritrovato qualcosa di te in queste poche righe,
impegnati: trasforma tu uno di questi gesti in parole, magari anche solo sussurrando a chi
ti sta accanto, o che ti era accanto fino a poco tempo fa, che “Sì, ho capito che mi vuoi
bene”.